Loris & Groot

Ciascuno di noi prima o poi vede qualcosa e pensa “sì, carino, ma non lo vorrei in casa mia”. Ed è più o meno stato il mio pensiero quando venivo bombardato di immagini di leonberger da mia madre, accanita fan della razza fin dai primi anni del 2000.

E come spesso accade ho dovuto ricredermi: nel momento in cui mi sono trovato addosso settanta chili di pelo e morbidezza ho totalmente rivalutato la mia posizione. Intendiamoci: mi sono anche visto spianare tutti e quarantadue i denti davanti alla faccia, perché saranno pure paciocconi, ma i leon non si dimenticano di dover fare la guardia. Motivo in più per apprezzarli, in fin dei conti.

Ma tornando alla nostra storia bisogna dire che è stata piuttosto travagliata, come ogni storia che si rispetti: ci sono state esperienze negative che ci hanno quasi spinto a rinunciare, ma non abbiamo ceduto. Ci siamo trovati ad affrontare trecento chilometri per arrivare all’allevamento e siamo stati accolti da un numero spropositato di leon e altri cani di varie età e taglie.

Gli adulti, e in particolare il padre della cucciolata, erano immensi. Immaginate il mio stupore quando l’ho visto venirci incontro e scavalcare lo schienale di un divano con tutta la nonchalance -e la poca grazia- di cui era capace.

Fra tutti gli adorabili cuccioli la scelta è ricaduta sul più tonto e agguerrito: quello che mentre gli altri si godevano le coccole ne approfittava e cercava di mangiarti collane e orecchini.

E così, poche settimane dopo, eravamo in auto con questo trabiccolo di due mesi e quindici chili che zompettava per i sedili posteriori: iniziava ufficialmente l’avventura del nostro primo cucciolo, Groot.

Quando ingenuamente si pensa alla vita con un piccolo senza mai averne avuto uno ci si aspetta di stravaccarsi sul letto e godersi la compagnia di questo esserino tutto pelo e tenerezza, e invece ti ritrovi con una creatura pestifera che ti morde a tradimento il naso, ti mastica i capelli appena ti chini su di lui, piscia sul parquet e passa le sue prime notti a piangere nel kennel perché vorrebbe stare ovunque tranne che lì, anche se alla fine tutto ciò che fa è dormire.

L’ostacolo che temevamo di più, ovvero la presenza di una coppia di cani adulti già in casa, non si è rivelata poi così problematica: dopo l’iniziale incontro in terreno neutro, così che i tre potessero far conoscenza fuori dal territorio di ciascuno, la femmina si è presa a cuore il nuovo arrivato alleggerendo di molto il nostro lavoro di educazione in certi ambiti (la ringrazio per avergli insegnato a regolare il morso durante il gioco, e quindi avermi risparmiato un bel po’ di buchi), mentre il maschio… be’ lui gli ha insegnato la tecnica dell’opossum, ovvero “quando mi avvicino, tu smetti di respirare e ti fingi morto, così forse non ti sbrano per esserti trovato sulla mia strada”. Un’infanzia un po’ traumatica, in effetti.

Ma Groot è stata una pura rivelazione: una volta fugato il serio dubbio che gli mancasse qualche vertebra, viste le contorsioni in cui si esibiva nel sonno, ho realizzato che potevo finalmente andare per strada e nei negozi senza preoccuparmi che il cane cercasse di mangiarsi chi si avvicinava alle spalle o gesticolava con troppa veemenza. Il pensiero fisso durante questo periodo è stato qualcosa di simile a “ooh, ma allora è questo che si prova ad avere un cane socializzato! Wow!” .

Nel complesso si è rivelato un cucciolo piuttosto facile da gestire, anche se ho dovuto riorganizzare l’intera casa in funzione dell’altezza del suo muso: ho presto imparato che tutto ciò che si trova a meno di un metro da terra viene inevitabilmente e inesorabilmente masticato, con una certa qual predilezione per le ciabatte.

L’ansia da separazione l’abbiamo efficacemente combattuta nelle prime settimane attraverso il kennel, dove Groot si ritrovava chiuso la notte e le poche ore che passavo fuori casa, ed è stato molto più veloce del previsto: prima ancora di compiere i tre mesi aveva già smesso di piangere quando veniva lasciato solo, e il kennel non è più servito.

Ha persino imparato rapidamente a non sporcare in casa -anche se la differenza tra tappeto e traversina non gli è entrata in testa per diversi mesi. La sua passione per masticare collane e gioielli vari invece non è scemata: anzi, si è evoluta. A due mesi e mezzo aveva già sviluppato una vera ossessione per mordere mani e nasi. Per fortuna la sua coordinazione lasciava ancora piuttosto a desiderare, perciò preannunciava i suoi attacchi sgranando gli occhi e tirando indietro la testa in maniera plateale. 

Il bello dei leonberger cuccioli è che sono intrinsecamente divertenti: intorno ai quattro mesi raggiungono i trenta chili e le dimensioni di un cane di taglia grande, ma conservano tutta la goffaggine e la mentalità dei cuccioli. Perciò ti ritrovi con questo gigante che caracolla per casa, con un senso dell’equilibrio pari a zero, che esplora e abusa delle novità scoperte: per esempio quando scoprì la piloerezione trascorse due intere settimane a drizzare il pelo ad ogni occasione buona. “Oh, un odore nuovo! Drizzo il pelo!”, “ehi! ehi! ehi! Un cane abbaia dall’altro lato della strada! Drizzo il pelo!”, “oooh guarda lì, un rametto che non ho mai visto. Drizzo il pelo!”. Per darvi un’idea, immaginate questo cosetto, con le sue zampe giganti e sproporzionate, il pelo che al tatto poteva essere scambiato per cotone, che drizza qualche ciuffo qua e là lungo il dorso e sul fondoschiena. Poi la novità è passata e ha smesso di riproporre la piloerezione venticinque volte al giorno. Ma è stata subito sostituita da altre novità in successione.

Altre abitudini invece sono dure a morire: nonostante il tempo non vogliamo saperne di smettere di masticare mani (o i garretti della sventurata e del tutto involontaria matrigna canina), continuiamo ad avere una passione sfrenata per l’acqua (anche se non ci immergiamo più le zampe né ci sdraiamo dentro le ciotole, ma solo perché non ci stiamo più), ci piace giocare ai cani indipendenti e in passeggiata afferriamo il nostro stesso guinzaglio fra i denti (siamo molto orgogliosi di questo, perciò giriamo impettiti e a coda alta ogni volta che lo catturiamo) e troviamo il nostro muso dannatamente pesante: quindi, logica conseguenza e visto che siamo dell’altezza giusta, spesso e volentieri lo appoggiamo sulle sedie, sui tavoli o sulla schiena degli altri cani. 

Ritengo però che ci aspetti un lungo lavoro sulla sua concezione di sé: a volte ci è poco chiara la differenza fra cane e gatto, e dobbiamo ancora capire non solo che è un atteggiamento tipicamente felino quello di svegliare il padrone in piena notte solo perché ci è venuta voglia di coccole e grattini, ma anche che pesiamo più di cinquanta kg e sdraiarsi sullo stomaco della gente che dorme non è il miglior modo per svegliarla.

Ad ogni modo la nostra esperienza alla E-dog non si è conclusa, infatti dopo il corso base abbiamo deciso di proseguire con quello avanzato. Ci attendono nuove scoperte e soprattutto nuove soddisfazioni!

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